Duemilacento giorni e briciole. I chilometri, metro di paragone per quelli e quelle come te, non li so. Non li so per il semplice fatto che la lancetta che doveva raccontarmeli è stato il tuo primo occhiolino strizzato per fare capire a me, maledetto perfezionista, che eri fatto a modo tuo. Eri fatto così. La tua perfezione era il n…on sapere nemmeno cosa la perfezione fosse. Bastava guardarti: eri asimmetrico. Non accettarlo, non accettare il tuo irrisolvibile disordine strutturale, mi avrebbe ammazzato a colpi di maniacalità compulsiva. Così, dopo quei primi ritocchi turchesi qua e là, convito (povero me…) che anche per te valesse la rincorsa all’immortalità, ho capito la tua vera essenza. La tua vera e incalcolabile bellezza. Essere unico. Mai un’altro azzurro incrociato. Non uno. Non tre o cinque porte. Quattro. Euro3, Euro4? Euro8ame! La prima? In basso a sinistra, grazie. Il cruscRotto, il posacenere molto posa e per nulla cenere. Quelle tue spie poi, così simili a quelle del KGB; impossibile vederle. E le tre chiavi. Una ti accende, una ti apre davanti, una dietro. Sembravi un gioco a premi. Chiave giusta si accende, si parte. Chiave sbagliata niente da fare. Riprova! I fanali, almeno cento volte dimenticati accesi. Te lo confesso, ora. In realtà li lasciavo accesi per non lasciarti al buio. L’acceleratore da autobus, venti centimetri di plastica gommata rivettata sul lato corto e ancorata a una leva. Una notte sparì. Il piede spinse il nulla; sprofondato. Era la notte di Natale. E il Natale, a te, piaceva poco. Di cinque passati, in due mi hai lasciato a piedi. Eri sbadato.
Eri BL243036. Ovvero Belluno 24 (2+4 = 6, 24+6 =) 30, (30+6 =) 36. Giusto per ricordarselo.
Sei arrivato per “trasporto di cose” e ti ho restituito le “persone”. Di nuovo automobile, di nuovo quelle buffe tre file grigie che ti facevano così simile a un piccolo e datato teatro spalancato sul palcoscenico della strada. Di nuovo quella possibilità di essere tanti, rivestita di ecopelle. Tu, di quei tanti, ne avevi bisogno. Non eri da pochi. E in questo sì ci siamo sempre somigliati. Averti era condividere. Io e te, sì. Ma anche, e soprattutto, io e te per e con tanti altri. Se c’eri, era più bello. Non ho mai capito chi ti considerava ingombrante. Ho sempre trovato così ebete, limitato e inutile considerarti in termini di parcheggio. Mavalà. Eri divertente.
Hai idea di quanti culi hai ospitato? E non c’è stata volta che un culo che abbia voluto incollarsi alla tua fastidiosissima tappezzeria non sia stato accompagnato, un metro più sopra, da un sorriso. Sorrisi e chiappe. Ancora una volta così tanto Ale in Osvaldo. Ti sei vestito a nozze, hai fatto la promessa scout, sei stato curva di uno stadio e perenne deposito, angolo delle coccole e teatro di furiosi litigi. In te ho conoscenti sono diventati amici. Sei stato tutto quello che non mi ricordo e che mi verrà in mente solo quando avrò già messo il punto finale. Sei stato, questo è dura dimenticarselo, la mia casa. Poi, tornando al “per gli altri”, hai trasportato case vecchie in case nuove. Eri Transporter, d’altronde. Ma Transporter però ti sei chiamato per ben poco. Volkswagen Transporter T3? Sì, per noiose motorizzazioni, burocratici libretti e spiriti cartacei. Osvaldo, molto meglio. Non so ancora dirmi perché. Ma lo eri. Lo era la tua faccia. E Osvaldo sei stato per sempre, e per tutti. Io non partivo, arrivavo o accompagnavo in macchina. Io partivo, arrivavo o accompagnavo in Osvaldo. E anche chi non ha quel pizzico di assurda follia per vivere una vita in cui anche le auto possono avere un nome ha imparato a chiamarti così e così ti ha sempre chiamato. Dopo, ora, ci saranno solamente macchine. Promesso. Niente Rite, Irme, Sandre, Tiziane o Luciane. No, le macchine di Ale. Punto. Anzi, Polo, a quanto pare. Lasciamo almeno il VW no?!
Tu eri tu, e tutto quello che ci stava dentro. Un fazzolettone rigido, un autoscatto del 1960, numerose penne, occhiali vecchi, una coppa, una lampada a gas, attrezzi e bulloni, un “Vietato fumare”, cartoline di Belgrado, giornali, bicchieri, armadi, cd ascoltati un trilione di volte.
Già. La tua colonna sonora. Perché se c’è una cosa che abbiamo fatto, io dai 21 ai 27 anni, tu dai 15 ai 21, insieme, è stato cantare. Eri una meravigliosa e involontaria cassa acustica. I due altoparlanti mai fissati e perennemente penzolanti ti gridavano nella pancia. Sei stato sala prove, unplugged, cameretta, fuoco scout, notte stellata, doccia, discoteca, gorgheggio. Hai ospitato ogni situazione da canticchiamento, hai fatto eco ad ogni tipo di canto e ascoltato ogni tipo di note. Intonate e stonate, chissenefrega. Eri un perpetuo Pavarotti & Friends, un infinito MTV day.
Ballato, sì. Ti ho pure ballato. Eri gigante.
Non credere però di aver avuto orecchie soltanto tu. No. Ti ho ascoltato per sei anni. Imparato ogni singolo segno del tuo spartito. Ogni scala, ogni passaggio calante, ogni acuto. Le pause, così necessarie per prendere fiato e ricominciare a cantare. Non lo nascondo, sei stato pure un’ansia. Una piacevolissima ansia.
Ci ho pensato. Che eri stanco, parecchio, me lo avevi già detto. Dopo tre anni, tre anni fa. Il momento però, tocca dirtelo, era quello sbagliato. Disintegrato il cuore vero, il mio, ho deciso che “porco boia”, almeno il tuo, che altro non è che ferro e olio, doveva continuare a fare il suo sporco e utile lavoro. E te ne ho trovato un altro. Lo hai accettato e siamo partiti da dove ci eravamo fermati. Altri tre anni. Siamo andati in Serbia, saremmo dovuti andare in Lapponia. Poi però la stanchezza è tornata a farsi sentire. E, signorilmente, me l’hai fatto capire di nuovo. Mi hai regalato l’ultimo meraviglioso e miracoloso viaggio; ancora una volta, l’ultima, sei stato la reificazione in ferro e gomma della mia voglia di condividere. Hai spalancato per l’ultima volta il tuo polmone laterale, hai respirato la meravigliosa aria dell’amicizia e sei partito. Tre mila chilometri; uno stivale e un’isola. Nessuno, nemmeno io, aveva capito che era la celebre ultima fiammata di vitalità prima del meritato riposo. Siamo tornati, hai fatto scendere gli altri e siamo ripartiti. Già, perché questa volta dovevamo essere solo io e te. Belluno. Fine corsa. Hai sempre avuto gli occhi addosso; quando passavi tu non passava uno dei tanti. Egocentrico, giusto per trovare un altro pò di Ale tra le tue lamiere. E così è stato anche nell’ultima, ultimissima cavalcata, verso chi mi ha detto che questa volta non ce ne sarebbe stata un’altra. Ti sei fatto l’ultima passeggiata con un frastuono incredibile. Se volevi essere osservato per l’ultima volta, ben fatto! Stai tranquillo che su di te sono piombati centinaia di occhi spalancati e orecchie stritolate; eri una banda a passeggio per le vie della tua città. Prima gli sfiati, poi le pompe, ecco il granchiasso, rullo di tamburi e svalvolata finale. Sembravi, ad ascoltarti, un’enorme bicicletta, quando da bambini ci si attacca una cartolina sui raggi per farla sembrare una moto.
Fine dell’infanzia.
Io, così cocciutamente tendente o al bianco o al nero, per sei anni a cavallo del bianco e dell’azzurro.
Ora però, se mai qualcuno se lo aspettasse, niente “addio”. Tutta ‘sta letteratura, alla fin fine, l’ho scritta per me. E, forse, un pò per chi ti ha vissuto. Non hai testa per capire, cuore per volermi bene e occhi per piangere. E di certo non piangerò io. Non eri mica un uomo. Ma non eri nemmeno, permettimelo, soltanto una “cosa”.
Fanali spenti. Questa volta sì.
Duemilacento giorni e briciole – a cura di Alessandro De Bon
